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IL PATTO DI NON CONCORRENZA

IL PATTO DI NON CONCORRENZA

Patto di non concorrenzaUno degli accordi di più frequente ricorrenza nella prassi della contrattualistica d’impresa è il cd. patto di non concorrenza.

Trattasi di pattuizione restrittiva del principio di libera iniziativa economica privata, riconosciuto dall’art. 41 della Costituzione, e pertanto ammissibile solo entro limiti ben precisi.

In primo luogo, occorre precisare come il divieto di concorrenza integri un’obbligazione negativa, la cui prestazione è cioè costituita da un obbligo di “non fare”, di astenersi da una certa condotta. Tutte le obbligazioni di questo genere, nell’ordinamento italiano, presentano due caratteristiche

  • relatività: con essa si intende che l’eventuale inadempimento dell’obbligazione può essere solo fonte di risarcimento del danno, e non di esecuzione forzata in forma specifica;
  • temporaneità: con la quale si intende che le obbligazioni negative devono e possono avere solo una durata limitata nel tempo, la cui soglia in dottrina è individuata in cinque anni, sulla scorta di quanto disposto dall’art. 2596 cod. civ..

 

L’art. 2596 cod. civ., peraltro, costituisce la norma cardine in materia di divieti di concorrenza.

Essa chiarisce, in primo luogo e sul piano formale, come il patto in oggetto debba essere provato per iscritto.

Sul piano sostanziale, poi, la predetta norma precisa come esso sia valido solo se circoscritto ad una zona o ad un’attività determinate, e come non possa mai eccedere la durata di cinque anni. Qualora, peraltro, non fosse prevista alcuna durata o essa fosse eccedente i cinque anni, il patto sarebbe valido solo per la durata di un quinquennio. Tutto ciò, evidentemente, a garanzia di quel principio di libera iniziativa economica privata, sancito dalla Costituzione, di cui si è detto in apertura.

Il divieto di concorrenza può essere, oltre che di fonte volontaria, di fonte legale.

La più rilevante di tali ipotesi è probabilmente quella di cui all’art. 2557 cod. civ., dettato in materia di cessione d’azienda. Ai sensi di detta norma, infatti, “chi aliena l’azienda deve astenersi, per il periodo di cinque anni dal trasferimento, dall’iniziare una nuova impresa che per l’oggetto, l’ubicazione o altre circostanze sia idonea a sviare la clientela dall’azienda ceduta”. La ratio di siffatta previsione è da ricondurre ai principi di correttezza e buona fede operanti in materia di contratti ed obbligazioni.

Sarebbe evidentemente contraria a detti principi la condotta del venditore che, immediatamente dopo l’alienazione, aprisse un’impresa operante nello stesso settore e magari a pochi metri dall’azienda ceduta, ove si consideri, peraltro, come l’avviamento costituisca spesso un valore cospicuo, monetizzato in sede di cessione d’azienda.

Il divieto di concorrenza in commento, in ogni caso, costituisce un effetto naturale del trasferimento d’azienda, vale a dire operante in assenza di diversa pattuizione. Le parti restano libere, pertanto, di escluderlo o configurarlo diversamente, seppur entro i limiti sanciti dal medesimo art. 2557 cod. civ., limiti che ricalcano quelli previsti in linea generale dal già menzionato art. 2596 cod. civ..

Il secondo comma dell’art. 2557 cod. civ., infatti, chiarisce che “Il patto di astenersi dalla concorrenza in limiti più ampi di quelli previsti dal comma precedente è valido, purché non impedisca ogni attività professionale dell’alienante”. La disposizione in commento, secondo la già esaminata disciplina generale, lascia intendere come le parti, pur libere di modulare a propria discrezione la portata del divieto di concorrenza, non possano in ogni caso configurare divieti di tipo assoluto e generico.

Quanto alla durata del divieto di concorrenza, poi, anche l’art. 2557 cod. civ. consente di individuare quale limite massimo quello dei cinque anni (decorrenti, in tal caso, dalla cessione d’azienda).

Alla luce di quanto illustrato, si comprende come il divieto di concorrenza debba essere configurato in maniera estremamente ponderata ed attenta, al fine di porre in essere una pattuizione sufficientemente determinata, specifica e rispettosa di tutti i limiti operanti in materia, al fine di raggiungere gli obiettivi auspicati.

Avv. Nicola Sansone

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